Collezione

LA NOSTRA COLLEZIONE

ARGENTI


Nel corso della storia religiosa della città di Altamura e della sua chiesa più rappresentativa, l’Assunta, numerosi prelati e laici hanno voluto lasciare un segno della propria devozione e del loro operato attraverso una serie di suppellettili liturgiche necessarie alle funzioni cultuali, ma che sono anche testimonianza della prosperità economica raggiunta dai ceti abbienti e nobiliari della città. Fondamentali per la conoscenza di ogni singolo manufatto sono le fonti archivistiche, che permettono di ricostruire le vicende legate alla committenza, agli artefici e alle celebrazioni solenni di utilizzo. Punzoni e iscrizioni dedicatorie ne consentono una lettura specifica e approfondita e riconducono all’epoca, al luogo di realizzazione, al maestro argentiere. Il nucleo dell’argenteria sacra in esposizione è esemplificativo di opere prodotte in un vasto arco temporale; dal più antico braccio-reliquiario di San Giovanni Battista del XV secolo, all’inedito calice legato alla figura dell’arciprete della chiesa altamurana, Niccolò Sapio, dalla croce astile finemente lavorata dei frati francescani, al calice ottocentesco realizzato da Bottacci, argentiere romano, per monsignor Giandomenico Falconi (XIX secolo). Il corpus più nutrito della collezione altamurana afferisce all’ambito di produzione partenopea; ne sono testimonianza le carteglorie realizzate da Ignazio Nasta e il prezioso evangelario di Filippo Del Giudice.
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CROCE ASTILE


Realizzata per la comunità francescana riunita nel convento dei Minori Osservanti (oggi Palazzo di Città), la croce astile fu utilizzata dal Capitolo cattedrale per l’accompagnamento durante le funzioni funebri. Passata in proprietà del Comune in seguito alla soppressione dei monasteri, dopo lunghe vicissitudini che per poco non fecero passare il prezioso manufatto nelle mani di privati, la croce fu acquistata dal Capitolo della Cattedrale nel 1850. Dalla impugnatura cilindrica parte un bulbo di rame dorato bipartito da una fascia con testine d’angelo; su ogni faccia sono rispettivamente raffigurati lo stemma dell’ordine francescano e l’immagine dell’Assunta. La croce, tortile ad albero, è riccamente incisa con girali di vite. Sul fronte del crocifisso vi è l’immagine del Cristo col capo riverso in avanti, retaggio della cultura riformata che risente del gusto tardo manierista ancora lontano dal coinvolgimento emotivo tipico del barocco. San Francesco, presente sul lato opposto, è raffigurato con lo sguardo estatico, il corpo ancheggiante con il saio sottolineato da un panneggio bagnato a grandi volute. Le estremità dei tre bracci sono trilobate e circondate da testine d’angelo e gigli, motivi che si ripetono anche sul retro. Sul verso vi sono le figure di tre santi francescani: S. Antonio da Padova, in alto S. Bonaventura da Bagnoregio, a sinistra un S. Bernardino da Siena. I santi vestono l’abito conventuale riconoscibile dal cappuccio. La croce astile si colloca cronologicamente tra la fine del XVI secolo e gli inizi del XVII.
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PARAMENTI

Gli antichi paramenti sacri custoditi per secoli e celati nei depositi della Cattedrale di Altamura costituiscono un’importante testimonianza della storia e dell’arte del tessuto e del ricamo. Dopo appropriati interventi di restauro conservativo, essi appaiono oggi sfavillanti come gioielli usciti da uno scrigno; meravigliosi broccati, damaschi, taffettas, rasi, ricami preziosi in filati d’oro e d’argento e altri in filato policromo somigliano a pennellate di un dipinto. Le decorazioni propongono sia motivi liturgici, come spighe di grano, grappoli d’uva, croci, che profani: fiori, foglie, frutti di vario genere e tipo. Sono testimonianza di un arco temporale che va dalla fine del Seicento alla fine del Novecento. Da questo vasto patrimonio culturale sono emerse sontuose vesti liturgiche tra cui il cosìddetto “Mantello di Murat” dell’inizio del’Ottocento che sarebbe stato ricavato dall’adattamento di uno tra quelli appartenuti al re di Napoli, cognato dell’imperatore Napoleone. Tra i tanti paramenti, degni di nota sono un completo in Gros de Tour di seta gialla laminata e ricamata in oro della prima metà dell’Ottocento appartenuto al vescovo Cassiodoro Margherita (1828-1848) e un raffinato piviale, anch’esso in Gros de Tour in seta rosso-cremisi, laminata e ricamata in oro della seconda metà dell’Ottocento del prelato mons. Luigi Pellegrini (1879-1898). Entrambi sono ornati con applicazione dei rispettivi stemmi vescovili.
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Il Mantello di Murat


La tradizione ha chiamato questo prezioso indumento il “Mantello di Murat” in quanto sarebbe stato donato dal re di Napoli, Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, al prelato della chiesa altamurana Gioacchino de Gemmis (1783-1818) che nel 1799 si era schierato dalla parte della Repubblica partenopea e aveva benedetto l’albero della libertà innalzato dai suoi fedeli nella piazza principale di Altamura. Questo dono dal significato fortemente simbolico sarebbe stato accompagnato anche dalla nomina a cavaliere dell’Ordine reale delle Due Sicilie. Recenti studi hanno accertato che non si tratta di un capo di vestiario maschile trasformato in piviale, ma di una veste femminile donata al Prelato molto probabilmente da Giulia Clary, moglie del primo re napoleonide di Napoli, Giuseppe Bonaparte, o tutt’al più da Carolina Bonaparte, moglie di Murat. Il piviale, infatti, nonostante la sovrapposizione nei lembi inferiori del davanti dello stemma di Gioacchino de Gemmis, non presenta connotati stilistici ecclesiastici, poiché è evidente che i motivi decorativi d’insieme fanno parte di una simbologia utilizzata dall’aristocrazia per abiti civili femminili che si esprime nell’immagine di frutti e foglie.
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SCULTURE LAPIDEE

Tra le opere d’arte presenti nella Cattedrale di Altamura, degno di menzione è il corpus di sculture lapidee, alcune ubicate all’interno della chiesa (il Presepe del 1587, la statua della Madonna di Costantinopoli, il pregiato ambone di Francesco Pogheso), altre provenienti dal deposito delle sale capitolari. Si tratta di opere comprese in un arco cronologico che va dal XV al XVIII secolo che testimoniano l’evoluzione nello stile e nella lavorazione della stessa materia: dal più “arcaico” S. Antonio Abate (XV sec.), alle statue dei due discepoli Pietro e Paolo (XVI sec.), al putto del cornu epistolae di un altare in pietra non più esistente. Le sculture esposte non trovano alcun riscontro nei documenti di amministrazione dell’Assunta dell’età dell’arcipretura di Mons. Nicolò Sapio (1529-1548) a cui dovrebbero riferirsi. Unica attestazione, che riguarda solamente le statue dei SS. Pietro e Paolo, è il disegno della sezione longitudinale della Cattedrale realizzato dall’ing. Federico Travaglini, in cui si rileva la posizione delle due sculture ai tempi dei lavori di restauro della Cappella palatina (1854), che delimitavano l’accesso all’area presbiteriale.
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SCULTURE LIGNEE

Maggiore per numero rispetto alle testimonianze lapidee è la produzione scultorea lignea grazie alla più economica materia impiegata e alla resa naturalistica e plastica della sua lavorazione. I manufatti più antichi esposti sono i busti reliquari, che ebbero larga diffusione in seguito alle precise disposizioni in materia devozionale delle reliquie emanate dal Concilio di Trento nel 1563. A partire da questa data si cominciano a commissionare sculture e contenitori delle antiche vestigie di santi. Questi, riprodotti a mezzo busto nel legno, sono caratterizzati da una ieratica espressività che è maggiormente marcata, in taluni casi, dalla pellicola argentea applicata sui volti (come nel caso di San Filippo Neri dei primi anni del XVII secolo). Con l’avvento del Barocco prende sempre più piede un modello di ostensori eucaristici in legno, che si rifà a quelli d’argento certamente più costosi. Usuale diventa anche la produzione di reliquiari antropomorfi a braccio, la cui forma riproduce quella parte del corpo rappresentato dalla reliquia (esempi sono i due bracci eseguiti da Filippo Angelo Altieri intorno al 1670). Protagonista assoluta del XVII secolo e del successivo, però, è la scultura lignea a tutto tondo, immagini di fede che per la penetrante suggestione della realtà, la teatralità delle pose e seguendo i dettami artistici provenienti dai centri propulsori, in particolare Napoli, hanno arricchito gli arredi liturgici di molte chiese.
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ARCHIVIO

L’Archivio storico Diocesano - sede di Altamura – conserva un patrimonio di oltre 4000 unità archivistiche. Testimonianze della sua antica esistenza si riscontrano fin dal 1378 in un documento testamentario in cui si fa riferimento ad un altro rogito notarile che era conservato “intus in sacrestia dicte ecclesie in quoddam suppedaneo ligneo in quo reposita sunt acta puplica”. La necessità che ogni chiesa avesse un suo archivio ben ordinato fu sancita dal Concilio di Trento solamente nel 1563. La sua costituzione formale risale, però, al 29 dicembre 1646 in osservanza del decreto del pontefice Sisto V emanato fin dall’ 8 giugno 1587. La prima sede fu la sacrestia della Cattedrale. Attualmente nell’Archivio Storico Diocesano si identificano vari fondi: Prelatizio, Capitolare, della parrocchia Cattedrale di Santa Maria Assunta e quello delle antiche pergamene. In esso sono conservati importanti documenti pergamenacei che coprono un arco temporale che va dalla seconda metà del XIII al XIX secolo e cartacei come atti amministrativi e di culto, anagrafici, attività di conventi, monasteri, congregazioni laiche, conservatori per la protezione di orfani e giovani donne, oltre a un archivio di musica sacra in parte manoscritta, in parte a stampa.
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